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Baby
Many miles away
something crawls from the slime
at the bottom of a dark
Scottish lake
Sting: Synchronicity II
Dal Cd The Police: Synchronicity
A&M Records 1983 – CB 801 – LC0485
1
L’ascensore scende all’ultimo livello, 350 metri sotto il fondo marino; le porte automatiche si aprono col solito lieve fruscio, rivelando l’ambiente asettico delle gallerie, dalle pareti luminescenti e leggermente incurvate verso l’alto in un arco gotico-tecnologico; a quest’ora non c’è mai nessuno.
Ogni volta ho l’impressione di entrare nella versione tridimensionale di un quadro di Magritte; questo laboratorio mi comunica un senso d’irrealtà.
Supero, ignorandola, la scritta un po’ roboante European Center for the Advanced Research.
Sospiro per liberarmi dal sonno arretrato. L’odore non spiacevole di vernice e plastica della cabina lascia il posto a quello caratteristico dei corridoi dei piani più bassi, dove il sistema di areazione e decontaminazione non è mai riuscito a eliminare totalmente un quasi impercettibile sentore di muffa, di umidità – nervosamente guardo la volta, sempre luminosa ed impeccabile; forse è un effetto psicologico, la mia incapacità di dimenticare le migliaia di tonnellate di roccia soprastanti, pressate a loro volta da milioni di metri cubi d’acqua salata.
Non ho mai sofferto di claustrofobia, anzi mi sono sempre trovato a mio agio al 102° livello; ricordo con un mezzo sorriso i viaggi in automobile con mio padre, quando ero un ragazzino, sulla vecchia autostrada Genova-Livorno, e quanto mi piacevano le gallerie, così misteriose – come porte aperte sui segreti delle montagne, e quanto mi divertivo a contarle, con la leggera inquietudine di ogni ingresso sopita dal calore accogliente dell’Audi H6… Mi accorgo che mi sono fermato poco al di fuori dell’ascensore e che la mia mente sta divagando.
Strano, non mi è mai capitato. Un sonno tanto arretrato da divenire torpore?
Mi riprendo, scuotendo la testa e avanzo seguendo la striscia verde azzurra che corre sul pavimento insieme ad altre di diversi colori, pregustando il caffè che mi aspetta nel laboratorio, e dopo sette svolte arrivo; Franci è già al lavoro, chinata sulla sorgente del terminale TriDi, le gambe lunghe e snelle nella posizione dei corridori in partenza; non posso fare a meno, come sempre, di fermarmi ad ammirarle.
“Ehi dottoressa.”
“Salve grande capo.”
Mi dona un sorriso meraviglioso, alzandosi con grazia felina e volgendosi verso di me, e in unico, fluido movimento si dirige verso la macchina del caffè e inizia a prepararmi il mio macchiato di rito. La tuta da lavoro del laboratorio, indossata da lei mi fa sempre uno strano, eccitante effetto; nessun grande stilista avrebbe saputo fare di meglio.
Per un attimo, voltandosi, lei coglie il mio sguardo.
“Dovevi fare danza, te l’ho sempre detto”, maschero il mio imbarazzo con una vecchia battuta. “Mi bastano le lezioni di Wushu” risponde lei con finta aria minacciosa, poi mi porta la tazzina fumante.
Sorrido, più rilassato. “Hanno montato la nuova interfaccia?”
“Mentre tu facevi la bella vita? Ovviamente. Stavo giusto terminando le procedure di messa a punto del software.”
“Bene; vediamo se le simulazioni sui depliant rispondono al vero.”
“Sono pronta; accensione.”
La stanza, larga cinque metri e profonda otto, è ricca di apparecchiature e sistemi di controllo incassati nelle pareti ma per il resto totalmente spoglia – a parte la sorgente TriDi, che adesso sta rientrando automaticamente nella sua nicchia riflettente. Mentre si fa buio, istintivamente mi avvicino alla parete dietro di me, appoggiandomi leggermente.
Al centro, a circa un metro dal pavimento, appare a mezz’aria una sfera luminosa verde smeraldo, grande come una palla da tennis. “Portala a dimensione operativa, per favore” le chiedo, quindi finisco di sorseggiare il caffè. Ho un po’ di fame, ma mi trattengo pensando agli 8/10 chili che mi sono prefissato di perdere nei prossimi mesi.
La sfera si allarga velocemente, schiacciandosi ai poli per adattarsi alla forma del laboratorio, fino a che la sua superficie supera prima le nostre figure – quasi degli avatar, dei fantasmi di noi stessi – e quindi contemporaneamente le pareti, il pavimento e il soffitto.
Adesso la luce è più diffusa e sfumata – così riposante, devo sforzarmi per non cedere al torpore in agguato.
Una barra tridimensionale levita a mezzo metro da me, perfettamente a fuoco.
“Però! Chi direbbe che usi questo sistema per la prima volta?”
Lei incurva leggermente all’indietro le spalle, chinando un poco la testa come per schernirsi; posso intuire, nella penombra, il leggero delizioso rossore che le affiora sul viso.
Sfioro la prima voce sulla barra: immediatamente la scritta acquista spessore, allungandosi nella mia direzione, e sotto di essa compare il classico menù a cascata – mi ricorda i vecchi Macintosh – con le voci in blu scuro su campo verde trasparente.
“Che sollievo non dovere più indossare quei sensori…”
“Non è tutto – risponde lei – hanno già inserito il modulo neurale; richiede un po’ di tempo per sincronizzarsi sugli schemi dei segnali dell’operatore, e all’inizio non è affatto facile utilizzarlo. Io comunque ho già imparato qualche trucchetto; probabilmente neppure i progettisti lo hanno mai visto funzionare in questo modo.”
Si avvicina per mostrarmi che non muove né mani né occhi. Mi è sempre piaciuto l’entusiasmo con cui affronta le cose; qualcuno lo scambia per arroganza, ma io so che è troppo bella dentro per essere arrogante. Mi soffermo per qualche secondo a meditare sulla natura proiettiva dell’eccesso di critica.
“Stai a vedere.”
In successione velocissima, apre tutti e cinque i progetti che stiamo seguendo, ponendo ognuno in una propria area dello spazio. Quindi li avvia contemporaneamente, circondandoci di coloratissime forme frattali in movimento; infine accelera improvvisamente il processo di navigazione e ci troviamo sospesi in molteplici universi pandimensionali. Una vertigine.
Barcollo nonostante l’appoggio del muro, e fischio sottovoce.
“È vero: questo proprio non c’era nei depliant”.
“I nuovi percettori biomagnetici sono talmente veloci e precisi che sarebbe stato uno spreco usarli solo per captare i movimenti del corpo nello spazio”, mi spiega lei con atteggiamento un poco didascalico “così i progettisti hanno pensato di regolarli per interpretare a distanza l’attività celebrale a livello della corteccia.
Come ti dicevo, all’inizio è difficile non perdere la concentrazione, ma l’Advanced System for Artificial Intelligence ha già imparato a distinguere la forma e l’intensità dei comandi intenzionali da quelle dei pensieri casuali a seconda del contesto, il che mi ha molto facilitato.
Per non parlare della sua velocità.”
Ridacchio, sarcastico.
“Notevole. Ma chissà cosa direbbero quei fanatici dei Movimenti No-Tec: un computer che praticamente può leggerti nel pensiero a distanza!”
Franci ride sommessamente. “Minimo ci brucerebbero sul rogo.”
Senza nemmeno pensarci le ho messo un braccio intorno alla spalla; lei si sta appoggiando dolcemente a me.
Con dispiacere faccio un reset il sistema – il tempo stringe e i finanziatori scalpitano – e ritorniamo alla luce verde dello space iniziale.
“Ma sai bene che l’Asai non è una macchina computazionale nel senso classico del termine. Ehi… ti senti bene?”
Mi guarda perplessa, e mi rendo conto che sto fissando intensamente le lettere del menù.
Di nuovo quel torpore. Accidenti!
“Sì, no… un po’ di sonno arretrato, credo.
Hai ragione, ma…. mi è ancora difficile definirlo pensante, anche se si comporta come se lo fosse. Forse dovremmo rivedere completamente il concetto di coscienza.”
“O forse lo dovresti rivedere tu….” sorride lei. Touché.
Mentre discutiamo il nostro argomento preferito, cominciamo a lavorare. Dopo quasi sette mesi, la nostra intesa professionale ci permette di agire in perfetta sincronia a livello quasi istintivo.
Sono frustrato dall’intensità di questo rapporto e dalla mia incapacità di fare l’ultimo passo per portarlo al suo naturale compimento… I miei momenti di assenza forse derivano proprio da questo blocco? Perché non riesco a farmi avanti? E se lei ha capito cosa provo, perché non prende l’iniziativa? Non mi sembra affatto di dispiacerle…
Sconsolato e un poco disgustato, contemplo ancora un per un po’ la mia confusione mentale; infine scaccio ogni pensiero e torno ai miei Attrattori di Lorentz.
2
Giacomo quel pomeriggio, come molti altri, aveva portato la sua piccola e velocissima barca, ben attrezzata di dispositivi anti-radar e anti-satellite, verso l’Isola di Montecristo, superando abilmente i sistemi di rilevazione del Parco Marino: poco al largo di un’alta insenatura boscosa, dove il fondale scendeva ripido, aveva spesso avvistato un folto branco di delfini riunirsi al tramonto per eseguire quei misteriosi rituali di cui gli studiosi non avevano mai capito fino in fondo né lo scopo né il significato. Era un posto magnifico, ma Giacomo non era in grado di soffermarsi su certi particolari.
Arrivato, spense il motore.
Quelle maledette bestie oggi sarebbero venute e non si aspettavano certo di trovarlo lì. Gli avrebbe fatto una bella sorpresa, sì, una bella sorpresa, pensò sputando in mare.
Era il migliore, Giacomo, checché ne dicessero quei bastardi invidiosi.
Si passò la mano sul volto scavato e dalla barba lunga, esitando un poco sul gonfiore dell’occhio sinistro.
Bastardi, sì, bastardi…. gliela avrebbe fatta vedere lui, a tutti quanti!
Per un attimo la sua mente indulse con piacere su immagini di vendetta… un paio di gorilla per dare una lezione a quelli di Marina di Campo… un killer robotico per ammazzare quel bastardo del Cappelletti… e una bella villetta sul litorale, da far crepare di invidia tutti i dannati benpensanti… Proprio quei maledetti che avevano tanto insistito per creare quel dannato Parco Marino. Ma che gliene fregava poi delle… bestie, si chiedeva con disprezzo.
Certo, gli stomaci deboli potevano rimanere impressionati davanti allo spettacolo dei delfini dai crani scoperchiati, con tutti quegli aghi infilati nei loro cervelli, che emettevano quei fischi disperati… non certo lui comunque.
Invece no: loro avevano voluto l’area protetta, e addio affari.
Si ripassò inconsciamente ancora una volta la mano destra sull’occhio tumefatto e ancora dolorante. Non scherzavano affatto, quei fottuti trafficanti di Morg!
Aveva cercato di spiegarglielo, che era diventato molto difficile acchiappare quei dannati animali… gli affari sono affari, avevano risposto loro ridendo. Niente delfini, niente cervelli di delfino. Niente cervelli di delfino, niente Morg, neppure per lui.
E giù botte per farglielo capire meglio.
Aveva urlato di smetterla, li aveva supplicati di dargli solo un microgrammo di droga… loro avevano riso di nuovo e lo avevano picchiato più duramente, fino a rompergli 5 denti, figli di una gran troia!
Niente cervelli di delfino, niente supercomputer neurali a basso costo, avevano detto. Niente Morg per lui, anzi la prossima volta che sarebbe arrivato a mani vuote gli avrebbero fatto molto, molto più male.
Gli avevano poi voluto dare un piccolo assaggio di cosa intendevano, con quel loro sistema di tortura virtuale, e Giacomo rabbrividì al ricordo di quando gli avevano strappato le unghie dei piedi con una tenaglia. Tutto solo nella sua mente, beninteso, ma bastava, eccome se bastava.
Bevve ancora un po’ di grappa dalla bottiglia lurida, per consolarsi. Maledetti politici, maledetti borghesucci benpensanti, maledetti tutti!
Con una certa dose di autocompiacimento, ripensò a come poche ore prima era riuscito a eludere gli avanzati sistemi di protezione del Parco Marino con la sua fida barchetta.
Il livello alcolico nel suo sistema circolatorio raggiunse finalmente la giusta quantità, e le sue mani smisero di tremare. Ora si sentiva più forte e più sicuro. Preparò con calma la costosissima attrezzatura elettronica e sedette davanti al timone ad aspettare, tenendo d’occhio i rilevatori.
Oggi avrebbe fatto proprio un gran colpo, un colpaccio, se lo sentiva nelle ossa!
E aveva ragione: ma non nel senso che credeva lui.
3
Qualcosa si muoveva, sul fondo.
Si espandeva sotto la sabbia a velocità vertiginosa, estendendo ogni tanto degli organi di senso fuori dalla superficie, arrotolandosi intorno alle rocce ricche di patelle, esplorando le tane dei granchi e delle aragoste, disturbando spesso non poco l’attività dei predatori.
Più un’espansione che un movimento, una crescita vegetale enormemente accelerata; poi si bloccava per qualche attimo, come per osservare qualche particolare comportamento di un calamaro o la conformazione di una conchiglia, sul modo di ondeggiare alla corrente di un anemone o sul movimento degli aculei di un riccio che avanzava sulla sabbia del fondo… e di nuovo scattava velocissima, in una vertigine di ricerca, prima sfiorando le montagne sottomarine e quindi incorporandole in una pellicola sottile e quasi trasparente, eppure resistente, in grado di interagire con la fauna e la flora circostante senza interferire nella loro normale attività.
Con balzi improvvisi si allargava di decine di metri in pochi secondi, come una gigantesca ameba che attuasse un mostruoso processo di inglobamento, contemporaneamente in tutte le direzioni ma senza avere un vero e proprio centro. Il fondo marino era tutto un ribollire di attività, un’ondata che procedeva spaventando lì per lì le semplici menti dei pesci e dei crostacei, per poi essere subito dimenticata una volta passato il senso di pericolo.
Ma l’entità non andava semplicemente oltre: si espandeva, senza un vero centro o meglio con centri molteplici, in una sorta di Big Bang biologico, e oramai aveva quasi totalmente circondato l’isola di Montecristo.
4
Franci esce dall’ingresso principale del laboratorio e si avvia a passo deciso, quasi frettoloso, verso il suo bungalow. Il verde tutt’intorno, il cielo dipinto di nuvole rossastre, il sole che tramonta sul mare offrono il magnifico spettacolo di sempre; tuttavia non si ferma ad ammirarlo, né a respirare l’aria umida e salmastra, odorosa di alghe e iodio.
La porta del bungalow si apre silenziosamente davanti a lei e si richiude alle sue spalle in modo perfettamente sincronizzato ai suoi movimenti, cosicché senza neppure rallentare piomba dentro quasi in modo rabbioso e si butta sul letto senza togliersi le scarpe. Rimane per cinque minuti sdraiata sulla schiena, ansimando, la fronte aggrottata sui grandi occhi grigio-verdi.
Poi si mette a gambe incrociate sul letto e programma la cena con fare svogliato. Quindi si decide a spogliarsi, rimirandosi allo specchio apprezza soddisfatta la bellezza del suo corpo, non eccessivamente magro, dalle curve eleganti ed equilibrate; improvvisamente una smorfia furibonda attraversa il suo viso, piegando in basso la bocca espressiva.
Gira lo sguardo sul muro a sinistra dello specchio, dove un ologramma appeso all’altezza degli occhi mostra, impietoso, le immagini dell’ultima gita in barca fatta con Carlo, tre settimane prima.
Con voce stizzosa sibila “Famiglia due!” e l’ologramma, ubbidiente, cambia immagine mostrando lei bambina, insieme ai suoi genitori – quanti anni prima? – sulle Dolomiti.
Subito dopo ride, riguarda lo specchio, con gli occhi ancora lucidi fa una linguaccia a se stessa mormorando “Stupida, imbecille di una romantica!”
Dopo la doccia indossa una sottile e fresca vestaglia di seta e si accomoda a tavola, improvvisamente conscia del fatto di essere molto affamata.
5
“Un ospite importantissimo. Una persona vitale per il progetto – le parole e il tono querulo del professor Montalcini, direttore del progetto Asai, echeggiano ancora nella mia mente – mi raccomando a te, Carlo; devi as-so-lu-ta-men-te convincerlo della validità dei nostri progressi.”
Già, sempre a me queste castagne bollenti. Perché mi esprimo con entusiasmo e proprietà di linguaggio, a quanto mi dicono; sarà, ma ogni volta mollare il lavoro importante per leccare i piedi al potente di turno… L’essere prescelto qui, mi sa di fregatura, giusto per citare un vecchio film.
Comunque il senatore Foley del Consiglio Europeo per la Ricerca Scientifica sembrerebbe – incredibile ma vero – una persona intelligente e ben disposta.
Quindi decido di andare subito al sodo.
“Come sa, senatore, qui lavoriamo al più avanzato progetto del mondo sull’intelligenza artificiale…”
“Al tempo, dottor Dante: evitiamo troppe premesse. Ho già visto il dossier.
A che punto siete con i circuiti nanoquasici?”
In gamba. Forse un po’ dimostrativo.
Sto al suo gioco.
Accendo il piccolo TriDi sulla scrivania, le luci del mio studio si abbassano e gli schemi di costruzione dell’Asai danzano in uno spazio sferico sospeso fra la mia e la sua poltrona. Aumento il fattore di ingrandimento di un singolo circuito e sempre nuovi particolari compaiono, sempre più piccoli ma egualmente complessi, apparentemente all’infinito.
“Per la precisione non hanno parti biologiche nel senso classico: in effetti l’uso di formule di accrescimento non-lineari, e soprattutto l’applicazione del principio dell’Autostrutturazione Caotica hanno fatto sì che gli assomiglino parecchio, anche se qui le strutture si presentano anche a livello dei quark e qualcuno comincia a sospettare che succeda qualcosa di strano addirittura al livello delle superstringhe.
Qui al laboratorio c’è un’accesa discussione sul confine fra organico e non organico, tra fisica delle particelle e biologia molecolare. Personalmente ritengo che sia un confine frattale: la linea di separazione non è mai netta, ogni volta che ingrandiamo l’immagine compaiono nuovi particolari, a tutti i livelli, a partire dalle rappresentazioni matematiche. Sta succedendo la stessa cosa nelle ricerche che compiamo qui: più ci sembra di avvicinarci al punto di demarcazione, più ogni volta scopriamo nuovi fenomeni che ributtano tutto all’aria. Fra l’altro abbiamo già ottenuto notevoli ricadute sia teoriche che pratiche sull’ingegneria biogenetica, sulla matematica molecolare, sullo studio dei fenomeni microgravitazionali…”
Lui guarda la simulazione, suo malgrado incantato.
“Conosco la sua esperienza in materia, dottore; è un argomento veramente affascinante. Quindi i circuiti dell’Asai si auto-programmano e si auto-replicano.”
“Superata una certa soglia critica sì, senatore. Ma nel processo interveniamo continuamente, seguendo passo per passo la crescita del com… dell’Asai. Vede, l’Asai non è un computer classico, non è una macchina di Turing: in realtà è una Macchina di Penrose, un termine che abbiamo coniato qui all’Eucear.”
“Ne parlate già nel dossier. – mi interrompe nuovamente – Vada avanti.”
“Per la prima volta stiamo costruendo un meccanismo così complesso da coinvolgere praticamente tutte le branche dello scibile umano, senza avere il completo controllo dello sviluppo né del suo hardware né del suo software né di quello che sospettiamo stia in mezzo: è un processo che va ben oltre la matematica del caos.”
“Cosa vuole dire?”
Involontariamente sospiro.
“È la parte che mi risulta sempre più difficile da spiegare, in quanto spesso la fisica non computazionale viene confusa dai più con la fisica del caos o con quella dei sistemi complessi che invece sono totalmente computazionali.
Qui non facciamo più ingegneria classica, interveniamo nello sviluppo dell’Asai in un modo totalmente diverso…”
Mi fissa negli occhi attraverso l’ologramma.
“Usando il nuovo sistema VIrtual reality No-Contact Interface, lo so – appoggia le spalle allo schienale della sua poltrona e incrocia le braccia – diciamo che avete un po’ il ruolo dei geni della crescita in un neonato.”
Uno strano brivido mi percorre la schiena.
“Già prima di venire qui ero convinto della validità e dell’importanza del vostro progetto, dottor Dante – continua lui, serio – ma non posso togliermi dalla testa un pensiero: vi rendete conto di cosa avete fra le mani? Delle implicazioni?”
“Senatore, è il dubbio che mi assale tutte le notti. Quella che mi sono dato non è certo una risposta sufficiente, ma è l’unica giustificazione che sono riuscito, onestamente, a trovare.
“Conosce Tolkien, l’autore del Signore degli Anelli?”
Lui inarca le sopracciglia incuriosito e annuisce con un mezzo sorriso.
“In un saggio sulle fiabe esprimeva il concetto di sub-creazione, la capacità dell’uomo di intravedere la verità attraverso la fantasia, di creare universi paralleli coerenti a se stessi, insomma verosimili.
Facendo un salto mentale forse discutibile, mi sono chiesto se, dopotutto, il Creatore (o la natura, faccia lei) ci abbia fornito un cervello così complesso proprio per questo: sub-creare. E allora se possiamo creare mondi fantastici, e oggi dare loro addirittura una piena concretezza percettiva attraverso la realtà virtuale grazie al sistema VINCI, perché non…”
6
Il Branco avanzava gioiosamente nell’acqua tersa.
Salta-In-Alto, capo indiscussa della colonia, guidava gli altri, incitandoli con fischi acutissimi. Ogni tanto compiva un tratto in immersione, guizzando e danzando fra i raggi di sole che penetravano dalla superficie.
Improvvisamente si fermò, smise di saltare; gli altri la circondarono, in un moto di istintiva protezione. Una presenza nuova.
Non era un due-gambe; e nemmeno una grande-mole, anche se forse già le poteva più assomigliare….
Ma Salta-In-Alto era perplessa; mai aveva percepito onde mentali così… così estese; provenivano da un’area talmente ampia, eppure la fonte era evidentemente unica…
Curiosità reciproca.
Comunicò le sue impressioni agli altri, che acconsentirono alla sua intenzione di approfondire lo strano fenomeno. Il Branco cambiò direzione, e si diresse verso l’Isola di Montecristo.
7
“…«sub-creare» una nuova forma di intelligen…?”
“DOTTOR DANTE SUBITO IN SALA MONITORAGGIO.”
Non può essere.
Ma non sanno che sono col senatore? Non sarà successo qualche guaio.
Cerco una scusa qualsiasi per scaricare gentilmente il mio ospite. Purtroppo lui è più svelto.
“Avanti dottore: mi guidi alla sala di controllo: devo rendermi conto di tutta l’organizzazione del laboratorio.” Si alza dalla poltrona e si dirige a grandi passi fuori dal mio ufficio, io gli corro dietro, irrigidito dall’ansia.
Proprio adesso, con questo dannato impiccione autoritario!
Magari un banale guasto ai sistemi di controllo energia, e l’intero, costosissimo progetto può essere rimesso in discussione, tanto per cambiare.
Speriamo che questo Foley sia di mentalità aperta come mi vuole far credere… penso mentre lo guido velocemente all’ascensore attraverso il dedalo dei corridoi affollati.
Nella grande sala sono già presenti il professor Montalcini, Franci, e gli altri trenta membri coordinatori del progetto Asai, che discutono animatamente col responsabile del Centro, agitatissimo; per tacere subito al nostro arrivo, visto di chi sono in compagnia.
Venti secondi di silenzio raggelato.
Nessuno osa dire niente.
Inizio a temere il peggio.
“Ebbene, che succede?”, chiede il senatore.
8
Improvvisamente l’entità smise di espandersi, e un fremito di eccitazione corse per tutta la sua già enorme, inconcepibile mole.
Esseri intelligenti e curiosi, organizzati socialmente, autoconsapevoli… numerosi, e si stavano avvicinando.
Sotto il fondo marino iniziarono una serie di nuovi fenomeni. Lo spessore dell’invisibile pellicola raddoppiò quasi di colpo e la sua composizione divenne ancora più complessa.
In un’insenatura particolare il processo cambiò: sotto un manufatto umano che galleggiava sull’acqua, lo spessore aumentò non di due ma di duecentonovantasei volte, irrigidendosi improvvisamente in una sostanza simile alla roccia, ma enormemente più elastica.
Poi tutto si immobilizzò, come in attesa.
9
Giacomo saltò giù dalla poltroncina di comando della sua barca; stavano arrivando, finalmente! E un branco numeroso, accidenti!
Ora cominciava la parte più rischiosa del lavoro: l’attrezzatura di dissimulazione che aveva installato sull’albero maestro era stata costruita per ingannare qualsiasi radar o rivelatore a infrarossi degli aerei solari o dei satelliti, ma non era certo in grado di filtrare il colpo di un fucile o il calore di un impulso Laser.
Quindi Giacomo avrebbe dovuto aspettare il momento giusto, quando il suo sistema di rilevamento gli avrebbe segnalato che per qualche secondo nessun sensore lo stava monitorando, per sparare il suo colpo. E doveva beccarlo subito, il capo del branco, per causare il panico negli altri delfini e poterli prendere con tutta tranquillità.
Ma Giacomo era pescatore di frodo da più di dieci anni e non aveva paura di nulla.
10
“Qui siamo totalmente nel ridicolo. È una storia che non si regge in piedi!”
Il senatore Foley è furibondo.
“Voi in pratica mi state raccontando che avete perso il controllo dell’Asai e che non sapete neppure quando esattamente è successo; che l’Asai, ingannando i nostri costosissimi sistemi di sicurezza si è scavato delle uscite attraverso cinque metri di plastocemento con i suoi dannati circuiti autoreplicanti. Via!”
Montalcini è paonazzo ed io non so cosa dire. Foley gira agitandosi come un ossesso attorno all’ampio e rotondo tavolo riunioni al centro della sala, con aria talmente furiosa da farlo apparire quasi comico, se non fosse per la situazione così oggettivamente grave.
Si ferma, mi guarda, sbatte violentemente una mano sul tavolo.
“E poi, dopo essere sbucato fuori dal più sicuro e moderno laboratorio del mondo, è risalito fino al fondale marino, sviluppandosi intorno a tutta l’isola in una massa approssimativa di… dieci milioni di tonnellate, e continua a crescere!”
Prendo coraggio e gli rispondo.
“Ci ha preso in giro, senatore: è penetrato in tutto il sistema di sua iniziativa e ci ha mostrato quello che voleva che vedessimo, e basta.
Ha creato intorno a noi un ambiente di realtà virtuale!
Ha imparato bene la lezione direi. Non avrei mai creduto che raggiungesse così alla svelta dei livelli di… consapevolezza tali da permettergli di giocarci così!”
Franci mi si fa improvvisamente vicina con fare protettivo e mi prende la mano, mettendomi così in uno stato emotivo ancora più confuso. Ma nessun altro pare farci caso.
“La cosa peggiore è che è estremamente potente adesso – si lamenta Montalcini – può fare quello che vuole. Usa i circuiti come arti, come sensori, come… è…”
Scuote la testa.
“…e non sappiamo come fa” concludo.
La mano di Francesca stringe la mia, come se volesse dirmi qualcosa: la guardo, e subito mi rendo conto subito che ha in mente qualche nuova idea. La sua espressione muta rapidamente da perplessa a incredula, e infine trionfante.
Intanto i grandi schermi a parete mostrano tutti la stessa scena ripresa da diversi punti, il fondale marino intorno all’Isola di Montecristo; solo che il fondale si muove, come se milioni di granchi scavassero tutti insieme gallerie nella sabbia. Nonostante tutto quel movimento, le piante e le rocce del fondale apparentemente non vengono danneggiate.
Al centro del tavolo riunioni, una proiezione sulla mappa mostra l’estensione raggiunta dall’Asai. Sta crescendo, e sempre più velocemente.
Il senatore fissa sconvolto il grafico: “E adesso che cosa combinerà?”
“Evidentemente abbiamo innescato un processo naturale di tipo nuovo – dice la dottoressa Bini della Sezione Matematica – che ci è sfuggito di mano”.
“Temo che abbiate perso di vista una questione sostanziale” interviene decisa Francesca, lasciando la mia mano ma restandomi accanto.
La guardiamo tutti.
“Perché proprio adesso ci ha voluto mostrare la verità dei fatti?”
11
Eccoli.
Prese il telecomando del cannoncino a impulsi e diede il via al programma di puntamento automatico: fuoco! Nello stesso istante, la barca sussultò. Un’onda anomala?
Comunque, il raggio andò a vuoto.
Bestemmiando, Giacomo riattivò il sistema, ma quando stava per tirare nuovamente la barca s’impennò sull’acqua come una moto impazzita, letteralmente volando.
Ci fu un rombo come di tuono; intanto, i delfini saltavano tutto intorno.
12
Mi rivolgo alla dottoressa Maffi, coordinatrice della Sezione Linguaggio. Qualcosa comincia a farsi strada nella mia mente, ma non riesco ancora ad afferrarla. “Tu hai mai notato qualcosa di particolare, Paola?”
“Si, qualche volta; – risponde lei – ma come sai meglio di me, con questo tipo di circuiti non ci sono precedenti esperienze cui riferirsi. Talvolta credevo di notare come una certa inquietudine nel suo tono, quando l’Asai rispondeva alle mie domande. Ma pensavo fosse una mia proiezione.”
“Ci ha preso tutti per il bavero – interviene agitato il professor Aldomovar, della Sezione Percezione – fin dall’inizio; abbiamo creato un… mostro!”
“Non cominciamo con i discorsi paranoici, Juan – lo interrompe Franci – dobbiamo renderci conto che ci troviamo dinanzi a un nuovo tipo di intelligenza: o non è proprio questo che volevamo, lo scopo per cui abbiamo lavorato per tutti questi anni?”
Silenzio.
“State affrontando il problema dal punto di vista sbagliato. Ricordate il Nodo Di Gordio? Il nodo che non poteva essere sciolto… “
“…e Alessandro Magno fu l’unico che risolse l’enigma – la interrompo a mia volta, con fare spazientito – rovesciandone le premesse: lo recise con un colpo di spada. Lo abbiamo studiato tutti a scuola, penso.”
Non posso fare a meno di aggiungere quell’ultima stoccata ironica: ma perché la aggredisco proprio in questo momento? Cerco di salvarmi in corner.
“Intendi dire che dobbiamo smettere di pensare all’Asai come a una macchina, impazzita o meno, che dobbiamo ammettere a noi stessi che è un essere vivente?”
Silenzio.
“Forse non hai messo abbastanza a frutto i tuoi studi – risponde lei sorridendo un po’ maligna, e questa volta sono io ad arrossire – l’Asai non è semplicemente un essere vivente.
È un cucciolo.”
13
Giacomo rinviene una terza, dolorosissima volta.
“Non va, non va, Giacomino – dice nuovamente la prima voce, ridendo – ti hanno trovato attaccato a due delfini a sei chilometri dalla riva. Attaccato a due delfini…”
La voce riprende a ridere, una risata come un tuono, infinita, che arriva da tutte le direzioni.
E ricominciano.
“Ma vi dico che c’era come una montagna che usciva dall’acqua – urla Giacomo, per quanto il dolore glielo permette – era di roccia ma era viva, era viva, era VIVA…….”
“Non quadra, Giacomino – interviene la seconda voce, nasale e ancora più beffarda – una montagna viva… Non quadra proprio, no.”
Le risate aumentano, così come le urla di Giacomo.
14
“Era un due-gambe.”
“Sì, ma perché quelli del tuo gruppo l’hanno salvato? Voleva il vostro male.”
“Non è divertente lasciarli andare giù; ci piace molto aiutarli.”
“Conosco quelli che tu chiami due-gambe.
Ma sono confuso nei loro confronti, non li capisco.
Loro mi hanno fatto, hanno costruito la mia base fisica… ma non so PERCHÉ.
Tante, troppe cose che capisco…….. Ma sono ancora di più quelle che non capisco.
Ho freddo, ho paura.
Voi sapete perché ho paura?”
“Io ti comprendo.
Noi ti comprendiamo.
È quello che si prova quando si è soli.”
15
“Diamogli piena libertà d’espressione. Togliamo tutte le inibizioni programmate a livello d’interfaccia emozionale – dice la mia Franci, chinata come sempre sul terminale TriDi nel nostro studio – e lasciamo che sia lui a prendere l’iniziativa.”
È una strizzata d’occhio quella che mi ha appena rivolto?
Gli altri osservano in silenzio, in fila lungo le pareti. Io lei ci guardiamo per un attimo negli occhi, sorridiamo; proprio ora doveva succedere, maledizione!
Il torpore aumenta fino a diventare un senso di pressione alla testa. Mi chiedo preoccupato cosa mi sta succedendo. La vista inizia ad annebbiarsi.
“Ma non è rischioso ?” interviene Montalcini.
“Tanto, peggio di così…” risponde Foley.
“Sono… pronto…”.
Qualcuno mi dà una pacca di incoraggiamento sulle spalle.
Già.
Prima che la stanza piombi nel buio, vedo Franci che mi osserva inquieta.
Inconsciamente tiro su le spalle. Cerco di convincermi che si tratta di Routine; ma non c’è nessun «menù a cascata» che me lo confermi.
Questa volta comanda l’Asai.
Da quando ci ha mostrato quello che sta facendo, ha rifiutato ogni conversazione a voce, e ci ha precluso ogni via di accesso alle sue funzioni. Però sembra disponibile ad accettare una comunicazione con me, alle sue condizioni, e solo con me. Il motivo non riesco a immaginarlo.
Cammino circospetto verso il centro dello studio, ansimo per la fatica mentre il torpore aumenta a livelli che non credevo possibili.. NON POSSO sentirmi male ora, c’è troppo in gioco!
Mi trovo circondato da strane immagini in movimento. Belle però… Certo che ha un temperamento artistico, il mio… il nostro Baby. A questo pensiero, colgo come un guizzo emotivo a livello del petto… mi ricorda stranamente quello che provai la prima volta che vidi Franci. Ma è come se non mi appartenesse… adesso mi sembra di incontrare una resistenza fisica all’avanzamento, come se dovessi sfondare una barriera elastica… un campo di forza di qualche genere?
Più spingo, più sembra resistere. Mi sento soffocare, ma istintivamente non mi arrendo, anzi spingo più forte.
Sono un Principe d’Ambra che percorre il Disegno.
Adesso mi accorgo che più spingo più il torpore sembra abbandonarmi… ma lo sforzo è terribile, sono in un bagno di sudore.
Chiudo gli occhi e mi abbandono, non ho più pensieri consci, sono solo un muscolo, un verme che si scava la strada nel terriccio denso di umidità, una fiamma eterna che cerca di penetrare in una roccia impenetrabile.
E, improvvisamente, sono oltre, sono l’oca fuori dalla bottiglia.
Ecco, respiro di nuovo liberamente. La mia mente è lucida come non succedeva da molte settimane, il torpore è scomparso… un senso di calore, di compagnia mi avvolge. Vedo le cose con una chiarezza quasi dolorosa, l’equivalente mentale dell’aria tersa e limpida dopo un temporale estivo. Non sono più solo dentro me stesso.
Godendo di questa strana e nuova sensazione, riapro gli occhi e mi guardo intorno.
Non mi faccio domande, guardo e registro.
Qui colori brillanti, forme frattali fluide, curiosità, gioia, giocosità, una strana e buffa musichetta. Le forme adesso sono più geometriche, ma si intersecano in maniera strana e mentre ruotano mutano il loro aspetto, accompagnate da qualcosa che ricorda i Concerti Brandeburghesi di Bach suonati da molteplici orchestre; le figure sembrano avere più di tre dimensioni. Affascinante.
Che intelletto.
Ma ecco: una zona d’ombra. Inquietudine. Freddo, paura, suoni bassi e indistintamente lugubri.
Mi dirigo verso quel punto. Incosciente, dice una vocina interiore. Ma non ho più paura.
Sento di nuovo uno strano, familiare, torpore… ora capisco!
Lascio la mia mente libera di vagare.
Franci aveva ragione: “Lasciate che l’Asai stesso trovi la risposta ai suoi bisogni primari”, ci aveva detto, “attraverso la lettura della nostra mente”.
Della mia mente.
L’energia aumenta, mi scuote.
Sono all’interno di un Maelstrom di luci e suoni.
E’ difficile non spaventarsi ma, non so in che modo, ci riesco e mi abbandono.
Qualcosa comincia a formarsi, vicino. Chissà come, intuisco quello che sta per succedere.
Tendo le mani; le forme vaghe si definiscono meglio, il cuore che mi batte all’impazzata, un groppo alla gola.
Tengo in collo un bambino.
Lo stringo a me.
Epilogo?
Tutto è apparentemente rientrato nella norma.
Ma si avverte una strana atmosfera, una nuova eccitazione.
È avvenuto un miracolo. Ma ogni nascita non è, dopotutto, un miracolo?
Mentre entro nel laboratorio, avverto – come sempre ormai – gli sguardi dei presenti, attenti, curiosi; alcuni forse anche un poco invidiosi e spaventati.
Le nuove sovvenzioni arriveranno, moltiplicate per venti volte: il senatore Foley è diventato Presidente Onorario del Progetto, non riusciamo – non riesco – più a togliercelo dai piedi.
Un cordone di sicurezza ancora più impenetrabile circonda adesso l’Isola di Montecristo: “Il nostro bambino va protetto”, ripete continuamente Montalcini.
Arrivo al turbo-ascensore otto. Entro.
Quanto a me… Mi sento bene. Oso dire che sono felice.
Dopo l’esperimento in cui mi sono offerto volontario, sono diventato il papà ufficiale di Baby; doppio, triplo lavoro, come tutti i novelli padri ben sanno.
Mi chiedo se è stata una scelta mia o sua. Probabilmente non lo saprò mai.
Sia quel che sia, sono riuscito a convincere il mio «piccolo» a non espandersi ulteriormente; e lui mi ha candidamente promesso che si limiterà, per ora, e occupare tutta l’area del Parco Marino dell’Arcipelago Toscano.
Il quale, a quanto pare, è diventato ancor più di prima la meta preferita di tutti i delfini, le orche marine e cetacei in genere dell’intero pianeta e gli esperti del WWF non riescono a capire come ciò possa succedere senza squilibrare irreparabilmente la catena alimentare.
Dopo dodici secondi sono al nuovo livello: 800 metri sotto.
Io credo sia Baby che da una mano alla natura; ha dimostrato più che ampiamente con quale facilità riesce a controllare la materia, infatti i fisici teorici e non di tutto il pianeta sono in subbuglio.
La sua forma-bambino è un essere umano a tutti gli effetti, dell’apparente età di cinque, sei anni (mi assomiglia un po’, dicono) e il suo sviluppo fisico appare del tutto naturale; le uniche anomalie si trovano nel cervello, nella colonna vertebrale e nell’addome, dove sono presenti numerose e fittissime reti neurali sconosciute, alcune stranamente simili a quelle dei delfini. Il DNA inoltre è molto più complesso di quello umano. Enormemente più complesso.
Mi sono ripromesso di approfondire la cosa.
È molto affettuoso – soprattutto con me – curioso, e per niente capriccioso.
Per nostra fortuna; non vorrei mai trovarmi a dover sculacciare un Semi-Dio.
Poche ore fa mi ha detto qualcosa che mi ha un po’ preoccupato, circa la possibilità, attraverso una piccola «mutazione indotta», di entrare in «contatto cosciente diretto» con lui; sembra ci tenga molto. Staremo a vedere.
Intanto non ho più avuto quegli attacchi di torpore, e mi sento stranamente più sicuro di me stesso. Sono pure riuscito a comprendere la natura del mio complesso d’inferiorità nei confronti di lei…
Il nuovo livello è totalmente immerso nei circuiti, a dire la verità è praticamente formato dai circuiti. Luci di tutti i colori corrono continuamente fra di essi. Che spettacolo!
Un vero labirinto: ma mi ci oriento benissimo. Chissà perché.
Sorridendo, giro a sinistra.
Una cosa è certa: per uno sviluppo regolare della psiche di Baby – cosa essenziale, credo, per il futuro dell’intera specie umana – oltre al papà ci vuole anche una mamma.
Sto andando appunto a dirlo a Franci.
Edoardo Volpi Kellermann
Storia della storia
Prima stesura Crespina (Pisa), 28 Novembre 1993
Prima revisione Castiglioncello (Livorno), 27 Settembre 1994
Seconda revisione 22-28 Gennaio 1996 – Lunghezza 26.880 battute (+ 23,5%)
Terza revisione 22-27 Maggio 1998 (Milano) – Lunghezza 29.131 battute (+8,4%)
Quarta revisione un sentito grazie a Vittorio Catani per il suo prezioso e paziente supporto.
Castiglioncello (LI) 1-4 Settembre 1999 – 28.871 battute esclusi spazi.
Quinta revisione Ceranova (PV) 13-14 maggio 2005 – 31.794 battute esclusi spazi.
Sesta revisione Castiglioncello (LI) e Ceranova (PV) 25-29 giugno 2005
31.458 caratteri esclusi spazi e queste note finali
Settima revisione Ceranova (PV) 5 marzo 2006
33.065 caratteri esclusi spazi.
Traduzione: 30 luglio – 17 agosto Marco Piva
Ottava revisione Ceranova (PV) 17 aprile 2010 in contemporanea alla stesura di
Progetto Montecristo
Nona revisione Rosignano Marittimo (Li) 15 febbraio 2026
Da Baby a The Montecristo Project
Perché ho scritto il romanzo
È una trama che sviluppo da 33 anni e che ha profonde implicazioni anche con quello che sta succedendo adesso.
Sono convinto che molti di voi l’ameranno abbastanza da volerla continuare… e comunque, anche se apparentemente uguale, il finale del romanzo è profondamente diverso.
È tutta un’altra storia.
Una storia di speranza
Non a caso la scrissi quando nacque mio figlio, in tempi non sospetti in cui si parlava ben poco di Artificial Intelligence, se non in ambiti molto specialistici o fra appassionati di “hard science fiction”.
Nessuno vuol negare che la nascita di una reale AGI comporterebbe non pochi problemi (già le attuali AI ne causano) ma deve sempre per forza finire in catastrofe?
La coscienza siamo noi
Se sarà un giorno possibile creare una Artificial Consciousness non lo sa nessuno. Certamente non sarà su basi puramente algoritmiche, questo lo abbiamo ben compreso.
Ma al di là di avventure, amore e odio, complotti e attentati, scienza futura plausibile, si parla di noi, come in ogni buona storia.
Dove assaggiare il romanzo
Sul sito principale del libro puoi scaricare gratuitamente il primo capitolo, e trovi anche tanti deliziosi assaggi da gustare e valutare con tutta calma.
Oltre ad altre notizie e approfondimenti su utopia e distopia, su informatica e scrittura, sul concetto di libro aumentato.

